Lasciare andare, abitare il presente.
Il passato in qualche modo è sempre presente nelle nostre vite. Siamo fatti del nostro percorso e i legami
con le figure affettive della nostra infanzia rimangono dentro di noi, e ci rendono ciò che siamo.
Eppure esiste un passato che rischia di impoverire il presente, che inibisce il qui e ora, che spegne l’entusiasmo e ci
condiziona.

È il passato doloroso, quello delle carenze vissute nella relazione con i nostri genitori, un
passato che contamina il momento e fa proliferare pensieri disfunzionali, dandoci l’illusione di essere
ancora là dove abbiamo atteso invano un sorriso, una carezza, una rassicurazione.

Riconciliarci con il passato è il lavoro di una vita, ma un lavoro che va assolutamente intrapreso se non vogliamo che il nostro
disagio – più o meno nascosto – comprometta gradualmente la nostra capacità di dare presenza a un figlio.
Rischiamo, infatti, se qualcosa ci è mancato intensamente, di vivere come se la vita dovesse restituirci il
maltolto.

Vantiamo crediti nei confronti dell’esistenza e ci facciamo l’idea che gli altri debbano risarcirci.
Perdonare il nostro passato significa, allora, liberare il futuro dei figli e anche il nostro da un copione
sempre uguale e da delusioni garantite.

Eppure dobbiamo imparare a perdonare anche i nostri errori e a farne tesoro.

Il passato che ci perseguita, a volte, non è solo quello remoto della nostra infanzia, ma quello
recente degli errori fatti, delle nostre incapacità, che temiamo possano mettere a rischio lo sviluppo dei
figli.

La trappola in cui le coppie cadono facilmente, dopo l’arrivo di un bambino, è duplice: da un lato c’è
chi coltiva il sogno idealizzato di poter essere un “genitore perfetto”; dall’altro c’è chi pensa che un figlio va
cresciuto esattamente nella maniera opposta rispetto a come hanno fatto con lei/lui i propri genitori.

In realtà ogni bambino è unico e porta le sue caratteristiche nello spazio di relazione con gli adulti.

I bisogni fondamentali sono i medesimi per tutti i cuccioli d’uomo (nutrimento, calore, protezione, tenerezza,
riconoscimento…), ma non esiste una linea educativa che possa sollevare i genitori dal compito, difficile ed
entusiasmante, di creare un legame speciale e personalizzato con ogni creatura che viene alla luce.

Ecco perché i libri che elargiscono suggerimenti alle mamme su come comportarsi in ogni frangente dello
sviluppo del bimbo, rischiano di dare un’idea distorta dell’avventura educativa. Non esistono, infatti,
relazioni preconfezionate, né genitori impeccabili e senza macchia. Piuttosto, come insegna lo
psicoterapeuta Donald W. Winnicott, ciò di cui ha bisogno il bambino è di genitori “sufficientemente
buoni”, genitori che accettano la normale e momentanea difficoltà a sintonizzarsi con i figli per poi
recuperare armonia ed efficacia stando nel presente.

È infatti un buon contatto nel qui ed ora che aiuta gli adulti a sentire con la pancia gli stati emotivi del bambino e a regolarli positivamente. Allo stesso tempo
questo spirito di presenza può essere coltivato solo se lasciamo alle spalle la paura di essere inadeguati, sbagliati, colpevolmente imperfetti.

In altre parole: le mamme e i papà crescono insieme ai loro figli e, pur essendo responsabili di questo processo, non possono considerarsi come persone che osservino dalla riva di un fiume passare una barca nella corrente. Anche loro, con i bambini, sono presi nel flusso dell’esperienza e devono farne tesoro.

La genitorialità non è uno stato di cose, ma un divenire creativo da vivere con fiducia.

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