A soffrire di dipendenze tecnologiche sono soprattutto i giovani dai 13 ai 20 anni.  I giovani oggi sono perfettamente inseriti nel mondo virtuale e terribilmente scollegati dal mondo reale.

La tecnologia avanzata, per certi versi accorcia le distanze, ci unisce, i social avvicinano e per farlo ci chiedono un grande prezzo, adulti compresi, l’assenza.

Dall sondaggio avvenuto nella community delle mamme di Ancona, con 340 preferenze, questo è l’argomento che più preoccupa noi genitori, le dipendenze tecnologiche, la mancanza di interesse e curiosità e motivazione e la correlazione con il tempo che trascorrono davanti a smartphone, tablet e pc.

Genitori, ci ricordiamo la nostra adolescenza?

In realtà i giovani di oggi non sono tanto diversi da come eravamo noi alla loro età, semplicemente cambiano i mezzi, gli strumenti, spesso non sempre adeguati all’età, ma “necessari”per i tempi frenetici e caotici di oggi. Dare un cellulare in mano ad un ragazzino era impensabile qualche anno fa, oggi risponde a delle esigenze diverse, più pretenziose per certi versi e sempre meno a misura di persona.

Non sono i ragazzi ad essere meno presenti, sono gli strumenti che utilizzano che non li aiutano in questo ma anzi li portano verso dannose dipendenze tecnologiche.
Tutti noi ricordiamo le moltitudini di emozioni dell’adolescenza, il bisogno di riconoscersi ed essere riconosciuti, i pomeriggi passati chiusi in camera, ad ascoltare musica, con i propri sogni, la confessione al diario segreto.

Non sempre era possibile uscire e allora ci si limitava ad una telefonata fatta all’amico (preceduta da una serie di prove della serie “Salve sono …… potrei parlare con …”, perché mica era detto, che a rispondere sarebbe stato il nostro compagno! Anzi, quasi mai!).
E alzi la mano chi, alla domanda dei propri genitori “Com’è andata oggi?” o “Cos’hai? Sei così taciturno” abbia risposto con grande entusiasmo ed esplosione di euforia! E perché i nostri figli dovrebbero provare sensazioni diverse?

Come nascono le dipendenze tecnologiche

Non sono cambiati i giovani, sono semplicemente, per certi versi pericolosamente, più esposti. Si trovano ad utilizzare strumenti più grandi di loro e lo fanno con le convinzioni che qualsiasi adolescente ha “Lo so fare!”, spavalderia mista a goffaggine ed inquietudine, perché DEVONO saperlo fare altrimenti, come pensavamo noi alla loro età, vengono tagliati fuori dal gruppo.

Il senso di appartenenza è forte a questa età, il riconoscersi parte di un sistema.
La differenza è che la tecnologia, ci mette tutto a portata di mano, ci offre stimoli alienanti, perché da una parte si viene attratti da tanto, da tutto, ma di fatto poi, si perde il vero interesse per le cose, perché quando si ha tutto e subito, a portata di click, il fascino comincia a cadere e presto si smette.

Emozioni e il rischio della depressione giovanile

Ci si confronta con l’immagine e la paura di trovarci di fronte a ragazzi sempre più “apatici”, con meno interessi, poche prospettive verso il futuro, sogni, fino ad arrivare al rischio della depressione giovanile.

Un congelamento delle emozioni che allo stesso tempo porta con sé l’altra faccia della medaglia, quella dell’ansia e delle paure. Diviene impossibile non chiedersi cosa ci sia dietro a quel comportamento di disinteresse, di mancanza di coinvolgimento.

Se noi adulti e genitori proviamo ad entrare nei loro mondi troviamo universi preziosi e ricchi imprigionati dentro gabbie dalla porta aperta, a volte dorate, ma dalle quali sembra impossibile uscire e spiccare il volo.

Conseguenze delle dipendenze tecnologiche

La gabbia della paura di non essere all’altezza (fortificata dai modelli sempre più irrealistici proposti da influencer così vicini ma allo stesso tempo così irraggiungibili), di non farcela, del fallimento, della delusione verso gli altri e soprattutto verso se stessi, del giudizio proprio ed altrui.

La paura delle emozioni, quello strano mondo che sta prendendo il sopravvento ora più che mai e che mi sembra nemico, in una realtà così dedita al controllo e alla razionalità.

La solitudine in mezzo a tante persone, a tante “connessioni”, a tante “amicizie”.
Una solitudine alla quale non si può e non si riesce a dare voce, perchè sembra appartenere solo a ciascuno (“Mi prenderebbero per matto se solo condividessi i miei pensieri).

I legami che se da un lato sembrano essere fitti e potenti dall’altro spesso si rivelano delle “legature”, che imprigionano in dipendenze affettive e ricerche di riconoscimento a suon di likes.

Proprio quei ragazzi dai mondi più colorati e preziosi ci appaiono privi di interessi, stanchi, affaticati, con difficoltà nel sonno e nell’alimentazione, scontrosi, nervosi. Ragazzi che nel corpo cercano il bisogno di risentirsi vivi o di attenuare il dolore dell’anima. Per un mondo che ingabbia le loro emozioni, il loro Essere.

Come aiutare i giovani ad avere autostima

Da dove ripartire allora? Proprio dalle’Esserci di noi adulti.
Dal dialogo, dall’accoglienza, dall’empatia e dall’essere esempio e testimonial di resilienza.

E allora è giusto parlare di “apatia”, cioè “assenza di pathos?”.
Poichè se con Pathos si intende la “passionalità”, direi che i nostri ragazzi di passionalità ne possiedano molta più di quanto sembri, sotto la superficie c’è un mondo inesplorato da scoprire e a cui dar voce e vita.

Affinché i ragazzi possano vedere il tesoro che è dentro ciascuno di loro e  portarlo alla luce hanno bisogno di adulti che in primis lo vedano e credano in loro, credano in quel tesoro e pongano le condizioni favorevoli al suo svelamento.

Consigli per i genitori

E’ in noi il dovere e l’onore di ridare valore ai “legami”, al dialogo, al supporto e al contenimento.

Mostrare che lo sbagliare è duro, non piace, ma è necessario.
Mettersi in gioco richiede fatica e coraggio, ma è molto più quello che da rispetto a ciò che toglie.
I legami veri possono resistere agli scossoni, che i ambi di umore, la noia, la turbolenza e la sensazione di incertezza fanno parte della vita e soprattutto dell’adolescenza ma che non distruggono, anzi, che ciò che siamo va custodito e non ce lo può togliere nessuno.

Un viaggio che si fa insieme, ragazzi e adulti, figli e genitori, studenti ed insegnanti.
Un viaggio che non termina mai, richiede energia e che se può demoralizzare può anche dare grandi soddisfazioni.

Per tutto questo se questo viaggio lo si fa insieme ed in rete, un rete ampia fitta di connessioni vere, non virtuali, allora tutto diviene più fattibile e prezioso.

Il “problema” non risiede nei mezzi (social, influencer, tecnologia,…) ma nel loro utilizzo e nel mondo che i ragazzi trovano al di fuori di essi.

Come si percepiscono, come percepiscono le relazioni reali, autentiche e nella consapevolezza e nel “radicamento” (la profondità delle nostre radici) che c’è in loro, ma soprattutto in ognuno di noi genitori che siamo i loro fari in questa tempesta emotiva.

Perchè in realtà, come disse Galileo Galilei, “Dietro ogni problema c’è un’opportunità”.
E allora come in un viaggio, lasciamo i nostri porti sicuri, spieghiamo le vele e se sapremo superare le nostre difficoltà (e ognuno ne ha, nessuno escluso) potremo scoprire nuove terre e con noi potranno farlo anche i nostri ragazzi, ritrovando così il piacere dell’esplorazione e della scoperta, sapendo di poter trovare in noi porti sicuri in cui tornare, quella “casa” che ognuno porta con sé ovunque va.

Buon viaggio navigatori.

Pantarei AnconaArticolo a cura della Dott.ssa Psicologa e Psicoterapeuta Arianna Buchi  e Dott.ssa Annarita Coppola

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