maestra

Quando la maestra ci picchiava e ci umiliava

Monte Conero e all’orizzonte, una striscia del nostro mare Adriatico. Il periodo delle mie scuole elementari risale a metà degli anni 80, avevamo la fortuna di avere una scuola a due passi da casa, con pochi bambini, figli di gente semplice, contadini, operai, casalinghe, muratori, camionisti, donne delle pulizie. A scuola a volte i genitori ci accompagnavano in ciabatte, tanta era la confidenza ma anche la “grezzaggine” di sentirsi come a casa, ovunque in questa piccola e raccolta comunità. A scuola io ci andavo volentieri, non ero un genio ma me la cavavo. Ricordo con affetto la maestra Mara, lei in particolare aveva le mani lunghe. Me la immagino ora che come le pecore al pascolo in primavera stia migrando dal quinto al settimo cerchio dell’inferno dantesco. Il primo riservato agli iracondi e accidiosi, e il secondo ai violenti, e io oggi come allora, la colloco a giorni alterni, anche nel decimo cerchio quello degli intoccabili, dove si trovano le merde di cane dinosauro schiacciate sul marciapiede, avete presente? c’è cosa più schifosa e fastidiosa sui cui imbattersi la mattina presto? Torniamo a noi…invece di ripetere nozioni di matematica più complicate da capire per noi bimbi, alla maestra restava comodo afferrare noi femmine per la lunga coda di capelli pazientemente raccolti dalle nostre mamme, e sbatterci la testa contro la lavagna. L’anellone poi che aveva al dito, faceva un rumore metallico quando si incontrava/scontrava con i nostri piccoli e fragili zigomi, di bimbi di appena 6 anni e poco più. Non tornavamo a casa riportando ai nostri genitori che a scuola la merda ops… la maestra stronza/brutta come il vomito, c’avesse picchiato, o umiliato quando ci ricordava di lavarci più spesso che avevamo le ascelle pezzate… Sapevamo la risposta: “Sicuramente la maestra avrà avuto il suo buon motivo per alzare le mani” beh è ovvio me lo meritavo, “caXXo non capisci che 2X3 fa 6 e non 5???”. I miei genitori, si fermarono con gli studi alla quinta elementare, era il primo dopoguerra e non è che i miei avi godessero di qualche carica nobiliare..tutt’altro. I miei nonni avevano bisogno di braccia per lavorare la terra, e la scuola non era fondamentale per un contadino, lo studio era per i figli dei ricchi, quelli che capivano e contavano. Mamma ancora si ricorda le lacrime versate quando nonno le disse che la scuola per lei sarebbe terminata. Lei a scuola ci voleva andare, era brava, voleva studiare, era una bambina sveglia e infatti nonostante non avesse un titolo di studi, da grande è diventata un’ imprenditrice ha avviato un’azienda con soci ed operai, è riuscita a seguire famiglia e lavoro. Anche Babbo ha fatto i conti presto con la precarietà degli anni ’40, doveva badare alle pecore del fattore, e gli studi s’incastrano male con gli orari di giovane pastorello, ma anche lui trovò la sua strada nel mondo del lavoro. Ecco…a loro sembrava già tanto che noi tre figli avessimo l’opportunità di andare a scuola, di studiare e di imparare senza lavorare il pomeriggio, che pensare di andare a lamentarsi con la maestra o di difenderci non era nemmeno tra gli argomenti trattati la sera a cena, non era un opzione. Complice anche il profondo senso di inferiorità dei genitori di una volta verso una figura laureata, che aveva la fortuna di aver studiato, al quale si aggiunge un senso di sudditanza verso una donna che custodiva oltre a sventole potenti, conoscenze e saperi illimitati. Io ho perdonato i miei genitori per non averci difesi, perché per una cosa non fatta e non detta durante la mia infanzia, ce ne sono altre mille andate bene che mi hanno reso la persona che sono, e ora che anche io ho dei bambini mi rendo conto di quanto difficile sia stare da questa parte. Li ho perdonati i miei, anche perché nonostante un ingresso demmerda nel mondo della scuola, la vita poi mi ha dato e ci ha dato una seconda, una terza, una quarta opportunità, che sono riuscita a cogliere al volo forte della libertà di sbagliare e rialzarmi con la quale sono stata cresciuta. In psicoterapia si chiama resilienza, ovvero la capacità di far fronte in maniera positiva a eventi traumatici e di riorganizzare positivamente la propria vita dinanzi alle difficoltà, io lo chiamo SPIRITO DI SOPRAVVIVENZA. Il tempo cura tutte le ferite e ti permette di incontrare professori in gamba, amorevoli, capaci di trasmettere entusiasmo per la lettura, passione e voglia di approfondire gli studi, di scoprire il mondo e di crescere, di viaggiare e di sognare in grande. Voglia di trovare un posto nel mondo, di fare il tuo cammino a testa alta e di dimenticare le delusioni e riuscire ad abbracciare  la vita con speranza e meraviglia. Alle maestre amorevoli e accoglienti dei miei figli, alle mie amiche valide insegnanti, ai professori incontrati durante la mia vita, a voi tutti GRAZIE, e alla maestra vecchia e cattiva della mia infanzia, buona vita all’inferno. (ti ho perdonata ma come vedi ti ricordo con affetto ancora…) Possiamo sempre cambiare il nostro destino se restiamo aperti alle infinite opportunità che la vita ci mette di fronte.  Alice P. [/fusion_text][/fusion_builder_column][/fusion_builder_row][/fusion_builder_container]]]>

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