Parto in casa: il racconto di Mamma Scheila

imagesCA6R7J38Ho due bambini. Quando ero incinta del secondo, esattamente un anno dopo il mio primo parto, la consapevolezza di me stessa e del mio corpo aveva compiuto progressi e dopo l’esperienza del primo parto in ospedale, mi sentivo pronta a prendermi la responsabilità della mia libertà. Decisi dunque che il mio secondo figlio sarebbe nato in casa, in una stanza che piano piano, durante i nove mesi di gestazione, ho allestito come meglio ho creduto, curando ogni particolare, ogni dettaglio: tendaggi, illuminazione, colori. Trascorsi nove mesi e poco più, il mio bambino era pronto a nascere ed io ero pronta per darlo alla luce. Le contrazioni iniziarono il 27 marzo, piano piano, lievi formicolii alla pancia che mi facevano sorridere e che si facevano man mano più assidui. I nostri corpi stavano preparando la separazione. Il 28 marzo il mio unico pensiero era a chi avrei lasciato il mio bambino più grande durante il travaglio e la nascita, ero terrorizzata dall’idea di dover chiamare qualcuno che mi entrasse in casa e non volevo assolutamente mandarlo via e farlo tornare facendogli trovare il bebè già nato tra le mie braccia. Ma il 28 non accadde nulla, solo qualche lieve contrazione che mentre scrivo il mio corpo ricorda con moltissimo amore e, magia della vita piena, tutto andò come meglio poteva andare: quasi consapevole della presenza di un fratellino in casa, il mio bambino decideva di cominciare a nascere mentre tutti e in particolare suo fratello dormivano. Le contrazioni “più serie” iniziarono durante la notte e alle due e mezza dovetti alzarmi e chiamare l’ostetrica che arrivò a casa mia circa quaranta minuti dopo. Il mio compagno ci preparò un tè caldo, che bevemmo alla luce soffusa di una lampada, sedute sopra al tappeto verde del salottino. Mano a mano le contrazioni aumentavano ed io camminavo e poi mi sedevo e poi di nuovo camminavo per la stanza. Alle sei e mezzo iniziò il travaglio vero e proprio, mio figlio grande si svegliò, mi chiamò sul suo letto, mi abbracciò fortissimo, mi diede un bacio sulla fronte, mi disse “Ciao mamma” con una dolcezza tale da far commuovere me e suo padre, poi se ne andò al piano di sotto col papà a fare colazione e a giocare. Alle 7 del mattino un’alba sfavillante che sorgeva dal mare penetrava la stanza e illuminava i nostri momenti, per mio figlio avevo scelto un nome che significa Luce, cosa poteva esserci di meglio dell’alba? Io mi alzavo, poi mi sedevo, poi vomitavo, poi mi stendevo e dormivo, il respiro saliva e scendeva, ci trasportava oltre il dolore, oltre il corpo, verso la vita che erompe. Alle 9 mi alzai dal letto per l’ultima volta, dissi “io non ce la faccio veramente più”, mi inginocchiai a terra, i gomiti poggiati sulla sponda del letto, di colpo le acque si ruppero e la testa del mio bimbo premette verso l’uscita. Accadde tutto in un lampo. Emanuela e Sara, le mie stupende ostetriche, mi erano vicine, Emanuela sciolse i tre giri di cordone che avvinghiavano il collo del bebè ed io lo ricevetti tra le mani, piangendo di un’emozione che ancora mi commuove. Erano le 9 e 11 minuti del 29 Marzo 2012. Così abbracciati ci stendemmo sul letto, sotto alle coperte, gli baciavo la testa e lui mi faceva sentire tutta la sua forza, piangendo con la bocca spalancata, la lingua che vibrava tra le gengive nude. Appena lo udirono piangere il mio compagno e il mio bambino grande entrarono nella stanza pieni di emozione. Vedendo il neonato tutto nudo al mio fianco anche il mio primo figlio si spogliò completamente e si infilò con noi sotto alle coperte. Eravamo lì, tutti e quattro, nell’intimità e nell’atmosfera calda di casa nostra, attendendo che il cordone smettesse di pulsare per poterlo tagliare.]]>

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