Quanto dura in realtà la gravidanza?

I cuccioli umani sono tra i più immaturi al momento della nascita. I piccoli di altri mammiferi sono in grado, a pochi giorni dal parto, di seguire la mamma per procacciarsi il cibo mentre i nostri neonati devono obbligatoriamente passare attraverso una lunga fase in cui necessitano di totali cure materne e di una prolungata simbiosi per sopravvivere. Ecco perché, da un punto di vista psicologico ed evolutivo, si dice che l’esogestazione, ovvero quel periodo che il neonato abbisogna, dopo la nascita, per maturare completamente e rendersi abbastanza indipendente dalla mamma, abbia la stessa lunghezza dell’endogenesi. Quindi, la gravidanza, in realtà, dura 18 mesi.
Ma cosa succede allora, in questi successivi nove mesi di esogestazione? Il tema centrale è la cura intesa come quella capacità che noi riusciamo a mettere in funzione a seconda dell’esperienza che noi stessi abbiamo fatto. La cura ha ancora una connotazione esclusivamente femminile (pensiamo a quanti pochi ostetrici-custodi della nascita ci sono in giro …). Inoltre, quello che fino a 30-40 anni fa era una cura che si tramandava di madre in figlia, oggi è un’esperienza che si trasmette su modelli che creano dipendenza e non autonomia (pensiamo all’uso sconsiderato e spesso smodato di internet…). Una grande domanda che i neonati si pongono è: “Che posto occupo io tra i miei genitori? I bambini ci chiedono quindi, dove devono stare e, soprattutto perché sono venuti al mondo…per un desiderio consapevole di dare amore e continuità alla nostra storia o per riempire un vuoto? Molte volte sentiamo dire che la nascita del primo figlio è la principale causa scatenante della crisi matrimoniale. E’ vero da un punto di vista statistico che gli avvocati matrimonialisti conoscono bene; tuttavia a me è stato insegnato che un figlio non distrugge nulla, ma si limita a consolidare quello che trova. Se il rapporto di coppia era sufficientemente sano ed equilibrato, un bimbo non farà altro che confermare questo assetto, con un piccolo terremoto fisico ed emotivo, questo è certo e prevedibile. Anche il modo in cui veniamo al mondo ci dirà come vogliamo vivere in futuro, come famiglia. Perché in famiglia avviene il primo apprendimento emotivo e sociale; attraverso l’osservazione che io, ancora cucciolo, faccio della mia famiglia, apprenderò cosa significa essere padre, madre, moglie, marito, nonno, ecc…e poi ricordiamoci che la gravidanza, prima ancora che nella pancia, nasce nella nostra testa, dal momento in cui, uomo e donna, fanno spazio, all’idea di donare una parte di se. Il primo bisogno che il neonato esprime è quello di contatto, inteso come vicinanza a anche nel senso di fare qualcosa con accuratezza e lo trasmettiamo attraverso la pelle. Tramite il contatto, io bambino, definisco lo spazio che occupo. Questo spiega perché molti neonati messi in uno spazio ampio, piangono; perché, chi mi abbraccia dice della mia esistenza. Al contrario di quello che il pensiero comune è portato a definire, un buon contatto previene l’insorgenza di disturbi d’ansia che si potrebbero manifestare in futuro e, soprattutto, consente di poter meglio affrontare una fase successiva, quella del capriccio, che invece è legato al concetto di soglia e non troviamo prima dei 18 mesi di età. Se il secondo trimestre di gravidanza è di solito quello più solare dove la mamma è nel pieno del benessere, la stessa situazione può essere ritrovata nel secondo trimestre del dopo parto. In questa fase l’allattamento ha oramai preso il suo ritmo e la donna inizia, lentamente, a fare qualche pensiero sul fatto di non dover essere sempre così onnipresente. Il terzo trimestre di gravidanza è caratterizzato dalla preparazione a lasciare andare il piccolo alla vita fuori dall’utero; analogamente, nel terzo trimestre dopo il parto assistiamo ad un grande momento di separazione: quello tra il latte e la pappa. I piccoli iniziano a stare seduti da soli, afferrano gli oggetti e poi iniziano a gattonare. Dentro a tutta questa dimensione, c’è tutto ciò che caratterizza l’elemento determinante della cura.
Dott.sa Vanessa Romoli – psicologa e psicoterapeuta

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